[Perché la musica?]
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Editoriale

Considerazioni finali sulla serie di articoli pubblicata da "Nature".
A cura di Andrea Pirera.

Perché la musica?

Gli articoli pubblicati su “Nature” la scorsa estate, e da noi riassunti su questo sito, dimostrano un recente riaccendersi dell’interesse dello studio del rapporto tra la musica e l’essere umano, per rispondere alla semplice domanda: come mai ai rappresentanti dell’homo sapiens piace la musica?

È una tendenza innata degli esseri intelligenti quella di ridurre l’infinita diversità delle cose che ci circondano a descrizioni schematiche possibilmente semplici e verificabili. La rifrazione spiega l’arcobaleno in modo preferibile all’idea che si tratti del suggello di un patto di alleanza con gli dei. La sola parola “rifrazione” cancella però tutta la poesia e lo stupore gioioso che la visione dell’arcobaleno dà. L’idrodinamica non tenta nemmeno di rendere l’impressione di grazia di un veliero che scende un fiume.

Un po’ lo stesso accade con la musica, dove l’analisi scientifica fatica a muoversi, come i nove articoli riportati dimostrano, in un campo che tanta parte deve all’individuo con tutta la sua complessa personalità.

Non si può però tralasciare l’istinto che ci conduce alla ricerca di una miglior comprensione del mondo che ci circonda, ed è in questo senso che questi articoli dànno un’eccellente panoramica delle varie direzioni con le quali gli studiosi si interrogano sul perché e sul come della musica nell’umanità.

Troveremo uno schema universale ?

Oggi siamo nella condizione che ogni studioso avvicina l’oggetto dello studio partendo dal punto di vista suggerito o dalla propria specializzazione o dal proprio intuito. Negli articoli citati si va dall’analisi delle caratteristiche della sala d’ascolto a quello che avviene nel cervello, dall’importanza dell’interpretazione alle sottigliezze del rigo musicale. Ogni autore ha immesso il meglio della propria competenza e del proprio entusiasmo per contribuire tasselli al grande mosaico.

Arriveremo mai a poter contemplare un mosaico completo? L’impressione è che no, non ci arriveremo mai, perché il fenomeno è inesauribile. Si dice che i geografi al servizio dell’imperatore della Cina ambissero a fare una mappa in scala 1:1, ossia grande quanto il  territorio, nella convinzione che tutti gli aspetti abbiano eguale importanza.

Forse, mentre qualunque studio è sempre benvenuto, ci conviene limitare le nostre ambizioni a settori più modesti, che limitino l’approccio a un campo ben definito. Sotto questo punto di vista, troviamo che il miglior articolo della serie è il quarto, dato che la Trainor, che ha dedicato molto tempo e fatica agli studi del rapporto tra musica e cervello, espone in modo esauriente un modello interpretativo basato sulla fisica acustica e sulla neurologia.

 

Altrettanto promettente sembra essere l’area del collegamento con le altre funzioni cerebrali, il linguaggio in primo luogo, ma anche le attività motorie per includere la danza e in genere le gestualità che l’essere umano associa alla musica.

 

Rapporti armonici

 

Vorremmo chiudere con una convinzione personale dello scrivente.

È stato giustamente fatto rilevare da quasi tutti gli autori che le teorie classiche (ossia fino agli inizi del novecento) fondassero buona parte dei loro argomenti sul fenomeno di concordanza/discordanza degli intervalli e quindi degli accordi musicali. L’idea che esponevano è che la concordanza, concetto in sé qualitativo dato che coincide con quello di piacevolezza, fosse riconducibile su base quantitativa mediante rapporti numerici semplici (2:1, 3:2, 4:3, eccetera). Un rapporto come quello tra il fa e il si, non esprimibile con piccoli numeri, detto dai teorici “tritono”, veniva addirittura bollato come “diabolus in musica”!

Gli argomenti per dichiarare obsoleto il modello classico sono principalmente due. Il primo, geografico, dice che in diverse culture umane si usano scale diverse dalla diatonica (mondo arabo, India, estremo oriente).

Il secondo, storico, dice che ciò che era inaccettabile armonicamente nel settecento è diventato accettabile nell’ottocento ed è considerato barocco oggi.

Senza negare la validità dei fatti, osservo che la prima obiezione, che la teoria classica vale solo per la musica occidentale, appassisce se si considera che le culture musicali non occidentali passano ben rapidamente alla scala diatonica non appena ne vengono a contatto, e non viceversa.

La seconda obiezione è in verità solo una questione di evoluzione culturale alla ricerca del nuovo, come avviene in tutte le forme d’arte, e non tocca i principi fondamentali.

Ciò detto, viva l’armonia! Chiunque sia intimamente convinto dell’armonia dell’universo continuerà a gioire della musica, e a cercare di scoprirne i segreti.

Andrea Pirera

 

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  Analogamente a quanto sopra, pubblicheremo in futuro dei riassunti di altri articoli che “Nature” ha pubblicato successivamente.  

 

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