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John Sloboda, Docente di Psicologia, Institute of Law, Politics and Justice, Keele University, Staffordshire, UK – 3 luglio 2008

Vogliamo ascoltare chi ascolta?
Grazie alla tecnologia, la musica non è mai stata accessibile come oggi. Tuttavia non è mai stata più misteriosa e imperscrutabile. C’è chi lo spiega con la mancanza di abilità specifiche come cantare, suonare, comporre. Altri – circa un quarto degli adulti – dichiarano di essere stonati e pertanto non intendono la musica come una loro attività, ma piuttosto come una qualcosa che viene loro fatto e che, in fondo, non capiscono.

Questo distacco che oggi si osserva sembra limitare il campo di azione della ricerca scientifica sulla musica. E invece, se si mira a chiedere alla ricerca una spiegazione convincente delle interazioni tra musica e mente, occorre includere tutta la varietà esistente di esperienze e contesti musicali.

La studio scientifico della musica è ormai sufficientemente maturo per permettersi di correre qualche rischio e allargare i propri confini. Se veramente vogliamo penetrare oltre l’aureola di misticismo che circonda la musica, e spiegare l’influenza che ha su di noi, è tempo di occuparci di come essa è di fatto oggetto della nostra esperienza.

Musica in pillole
In generale si guarda alla musica come a qualcosa che viene somministrato a “consumatori” o a “pazienti” da una vasta gamma di professionisti – compositori, discografici, artisti e terapisti. Sembra quasi che si sia persa la fiducia nella propria capacità di giudizio e nelle proprie intuizioni.

Un tempo, fino a 50 anni fa circa, la gente aveva un rapporto con la musica più intimo, sviluppato mediante attività di gruppo come la danza, il canto corale e la tradizione orale. È pensabile che quanto avviene oggi, specie nelle nazioni più avanzate, sia il frutto della perdita di questo collegamento naturale con il mondo della musica. È ben più facile circondarsi di musica riprodotta di alta qualità attivabile con un pulsante che non suonare o cantare senza intermediari.

Questa deviazione culturale ha fatto sì che la musica assomigli a una confezione di vitamine, da prendere a seconda delle circostanze, come relax, stimolo afrodisiaco o altro.

Ma non si può pensare che la musica in pillole raggiunga precisi effetti psicologici se non considerando la personalità dell’ascoltatore in tutta la sua interezza storica e caratteriale, e le circostanze dell’ascolto. Purtroppo, e certo senza intenzione, gli studiosi sperimentali favoriscono il modello riduzionistico... Essi sono spesso poco esperti in composizione o interpretazione e, come la maggior parte della gente, ragionano da consumatori e non da artefici.

A titolo di esempio immaginiamo due scene. Nella prima il soggetto siede in mezzo a tecnici in camice, circondato da fili e strumenti, sente due serie di suoni e giudica se siano uguali o no. Tutto sommato si trova scomodo e annoiato. Nella seconda una madre assiste in platea al saggio della sua bambina di sei anni.
È totalmente presa dall’evento e dall’orgoglio mentre la figlioletta traversa il mare del canone di Pachelbel senza incidenti visibili.

Il dominio del contesto
Se anche le stesse sequenze di note fossero usate nelle due scene descritte i risultati di uno studio da laboratorio direbbero ben poco. È chiara la difficoltà di collegare un dato stimolo musicale a un dato effetto psicologico, ma non è questo il punto. In realtà la musica è una creazione della cultura umana in costante evoluzione e le forme della sua manifestazione sono variabili. La musica è ciò che noi decidiamo che sia. Un brano di musica sacra può divenire sottofondo per il lavoro o per lo studio; il rapporto tra stimolo ed effetto non è scientificamente prevedibile.

Non bisogna però passare all’eccesso opposto di considerare la musica come talmente ineffabile e complessa al punto da esorbitare dal campo della scienza. Sarebbe invece bene che la ricerca si orientasse sui fondamenti che seguono:

  • sperimentare sul campo e non in laboratorio

  • variare il contesto dal luogo pubblico pieno di altri suoni alla sala da concerto

  • studiare la natura delle scelte musicali dell’individuo

  • usare un protocollo che includa osservazione, campionatura e successive interviste per estrarre il dato personale e sociale dell’ascoltatore

  • utilizzare musica vera, in brani completi e non ridotta a stimoli spezzettati

  • esaminare dinamicamente nel tempo lo svolgersi degli stimoli piuttosto che tentare di afferrare gli indefiniti effetti della totalità dell’ascolto.

Conclusione
Gli studi attualmente in corso stanno dando buoni frutti e dimostrano quanto può fare una ricerca che prenda sul serio sia l’ascoltatore con la sua personalità che il contesto. Si sta dimostrando che vi è un’attitudine musicale nascosta all’interno dell’ascoltatore, che gli permette di farsi una rappresentazione interna della musica ascoltata. Che gli permette di cogliere le sottigliezze delle risposte emotive legate alla situazione concreta dell’ascolto. Questa capacità, anche se non allenata e quanto mai diversa da persona a persona, forma il nocciolo di quanto stiamo studiando.

È quindi l’esperienza nella sua totalità e normalità quotidiana che sta dimostrando che la musica non è nè un insondabile mistero nè un complesso di vitamine in pillole. Essa è una costruzione dell’essere umano che lo stesso può usare coscientemente e abilmente per una varietà di scopi cognitivi ed emotivi, che vanno dal mondano alla ricerca interiore.


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