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Aniruddh D. Patel – Neuroscience Institute, San Diego, California
5 giugno 2008

Musica e linguaggio

La musica impegna buona parte del cervello e coordina un largo ventaglio di processi cerebrali. Questa constatazione porta ovviamente a chiedersi come essa si colleghi ad altre attività cognitive: il primo e naturale candidato è ovviamente il linguaggio.

Il linguaggio, come la musica, consiste nell’interpretazione di sensazioni acustiche complesse che si sviluppano nel tempo. Facendo delle ricerche comparate sulle interconnessioni tra le due aree conoscitive si può apprendere molto su entrambe.

Praticamente tutto il lavoro di ricerca che è stato sinora svolto si basa su quanto prodotto dalle culture occidentali. È giunto il momento di allargare il campo di ricerca al di là di questo limite.
Ad esempio, cosa c’entra la scala diatonica (do-re-mi-fa-sol-la-si-do) con il linguaggio? Apparentemente la risposta è “poco o niente”. Non vi è lingua al mondo, neppure tra quelle basate sul timbro, che costruisca i propri suoni in termini di scale musicali.

Pertanto la struttura della scala diatonica non può certo rivestire carattere universale, visto che in altre culture, come l’araba e l’indiana, si fa uso per le scale utilizzate di frazioni di tono e semitono non previste dalla musica occidentale.

Tuttavia un principio universale sembra esservi: l’uso di un piccolo gruppo di note e intervalli all’interno dell’ottava. I singoli individui apprendono le regole locali mediante l’uso quotidiano, formando inconsciamente delle categorie di note discrete (ossia separate) da sensazioni auditive nelle quali l’altezza delle note varia in modo continuo.

Emerge così un rapporto concettuale con le regole con le quali il linguaggio crea le proprie categorie sonore. La musica usa l’altezza del suono per distinguere note e intervalli, il linguaggio usa per lo più il timbro per distinguere tra i diversi fonemi. È determinante il fatto che sia la musica che il linguaggio si basino sulla capacità della mente di creare e mantenere l’esistenza di suoni discreti partendo dal flusso complesso e variabile del suono che raggiunge l’orecchio.

Ritmo e linguaggio

Forse nella percezione del ritmo possiamo trovare qualche costante all’interno delle diverse culture. Sembra ad esempio che, data una qualunque sequenza di battute alternativamente lunghe e brevi sia innata la percezione che la conclusione della frase ritmica sia sulla lunga. Senonchè una maggioranza di giapponesi adulti sente come finale la breve. Una spiegazione può essere data sapendo che il giapponese, a differenza di molte lingue europee, pone le (brevi) particelle del discorso dopo le (di solito più lunghe) parole cui sono legate.

La differenza tra le lingue influenza pertanto in modo notevole il mondo ritmico dell’ascoltatore e determina già a livello di base gli schemi della sua percezione di strutture sonore non linguistiche.

Tamburi e fischi

Vi sono fenomeni che non sono nè lingua nè musica, pur partecipando a entrambe. Nell’Africa centrale e occidentale i suonatori di tam-tam, giocando su variazioni di ritmo e di timbro, trasmettono a grande distanza messaggi comprensibili solo a chi è della stessa lingua, formata come è da parole composte da tono quanto da vocali e consonanti. Questa trasmissione a distanza, pur mancando della precisione del parlato, non consiste solo

Alcune popolazioni in Africa, Asia e America Centrale usano il fischio allo stesso scopo, sostituendo al ritmo e al timbro del linguaggio l’intensità e l’altezza dei suoni emessi. Anche qui, la comprensione del significato sfugge completamente a chi non conosce la lingua; la sensazione sarà di musica, non di comunicazione verbale.

I procedimenti cognitivi che stanno alla base della comunicazione via tam-tam o fischi sono stati ben poco studiati finora. La loro conoscenza potrà però rivelarsi utili per una visione dinamicamente fluida delle sedi biologiche di formazione della musica e del linguaggio, anziché considerare tali sedi separate fin dalla nascita.

Gli studi sinora fatti sulle musiche non occidentali indicano che la musica non risiede in in u’isola nel cervello. E’ da tempi antichi che le affinità tra i due settori cognitivi sono state oggetto di speculazione. Recentemente i biologi stanno sostituendo la sperimentazione alla speculazione mentale, provocando un vivo dibattito su argomenti che vanno dalla modularuetà dei meccanismi linguistici alle origini evolutive della musica.

La nostra è una specie musicale quanto linguistica, e ci si augura che gli studi in corso possano illuminarci sulle radici profondo dei meccanismi che ci danno la notevole capacità di trovare un senso nei suoni che ci circondano.


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  Analogamente a quanto sopra, pubblicheremo in futuro dei riassunti di altri articoli che “Nature” ha pubblicato successivamente.